Enrico Granafei, il re dei jazzisti negli States

L’unico musicista al mondo che contestualmente suona la chitarra classica e l’armonica cromatica incoraggia gli italiani nel mondo a non fermarsi. Agli italiani all’estero vuol dire di continuare a portare avanti il nome dell’Italia nell’arte, nella cultura, nella musica, nella tecnologia.

Mentre la primavera fa capolino, aspettando i giorni in cui si mostrerà in tutta la sua bellezza e i colori del mandorlo in fiore, con il calore della calda stagione che sta per giungere, l’intervistato di oggi su Zoom-Web, è l’italoamericano, Enrico Granafei. Disinvolto e spigliato, ci sorride come un ragazzo spensierato di 16 anni, senza remore, pronto a mostrarsi alle telecamere. Dopo la domanda di rito, di poter registrare e pubblicare sul web, ci offre la piena adesione e così si avvia l’intervista. Lo guardiamo e riflettiamo che doveva essere un gran bel ragazzo da giovane. Sembra sul set, come un attore di film western davanti alla macchina da presa, ma in realtà comprendiamo che è la sua personalità. Cappellino messo al contrario da ragazzino ed un sorriso semplice e simpatico, che ci rapisce da subito. Ciò che ci fa soffermare è quel suo bell’accento calabrese, mai perso. Esordisce, raccontando di essere cresciuto in Calabria, a Cosenza, da padre lucano e mamma pugliese. Essendo entrambi impiegati statali, dovevano vivere separati, a causa del lavoro in sedi diverse. La Basilicata rappresentava per i bambini un punto d’incontro, poiché c’era una zia della mamma, vedova, senza figli, che li aveva accuditi. La famiglia, in seguito, si era riunita a Cosenza, quando Enrico aveva 5 anni. Come ipse dicit, la passione per la musica è nata relativamente tardi, all’età di circa 16 anni. Ha cominciato a strimpellare al principio; in seguito si iscrive al Conservatorio di Musica “Stanislao Giacomantonio” di Cosenza, dove si diploma nel 1976. Il suo trasferimento all’Aquila risale al trasloco del suo maestro in Abruzzo, che, insieme a tanti cosentini, seguirono il loro maestro. Per poter entrare nell’ambiente musicale, Enrico viveva a Roma, facendo il pendolare dall’Aquila per alcuni giorni della settimana. È così che è cominciata la sua carriera, inizialmente come chitarrista classico, poi emigrando in Germania per diversi anni. Rientrando a Roma ha cominciato a suonare l’armonica cromatica. Si era accorto subito che nessun altro musicista suonava quello strumento. È stato lui stesso per primo a credere nelle proprie capacità, ci rivela sorridendo. Già alla fine degli anni ‘60 aveva girato l’Europa in autostop, senza paura di dormire in un sacco a pelo ovunque capitasse. Tornato a Roma, quando comincia a suonare l’armonica cromatica, strumento inusitato, viene convocato per fare una seduta di registrazione per Cicci Santucci, bravissimo trombettista italiano della RAI. Santucci lo aveva chiamato per suonare un pezzo che aveva prodotto per una cantante americana.  Quella cantante fu poi ingaggiata dal grande maestro Pippo Caruso, il quale sentendo l’accompagnamento dell’armonica, meravigliato dalla bravura, si informò per sapere il nome del musicista. Quando gli fu fatto il nome di Enrico Granafei, conoscendolo già come chitarrista, già invitato da Caruso nella trasmissione “Domenica in”, condotta da Pippo Baudo nel 1983, entusiasta dell’esibizione, chiese che venisse rintracciato per ingaggi. Il maestro Caruso telefonò alla sorella di Enrico che non riuscì a trovare, in quanto si trovava a Monaco di Baviera. Finalmente il musicista, venuto a sapere della conversazione, riesce a trovare il modo di contattare il maestro catanese, che orgogliosamente gli offre un contratto per 1 anno. Da qui la sua carriera prende una piega magistrale, e in Italia si fa conoscere per le sue brillanti capacità musicali. Gli chiediamo come sia giunto in America.  Granafei ribadisce che ogni Jazzista, desidera arrivare in America, laddove è nato realmente il Jazz. In Italia, dato che suonava uno strumento da solista, ogniqualvolta ci fosse un assolo veniva ripreso dalle telecamere. Rimanendo in Italia, avrebbe avuto molta visibilità, tuttavia decide, invece, di lasciare tutto e partire in America. Lascia anche i suoi affetti, la mamma Antonietta, il papà, Giuseppe, Maresciallo della Polizia stradale, il fratello Rodolfo e la sorella Serena. Si percepisce il suo attaccamento alla famiglia, d’origine, sebbene la sua vita da girovago, ce lo lascerebbe immaginare un uomo libertino. È proprio approfondendo il nostro colloquio che si intuisce che Enrico è un uomo sensibile, colto, con studi classici, ricco di una grande profondità d’animo. Ci tiene a precisare che la sua è un’antica famiglia dalle origini nobili, da stirpe di casata illustre, di cui ne va fiero. Come libero professionista, freelance, ha fatto anche l’interprete. Appassionato di lingue, anche in Italia si era iscritto all’Università di lingue orientali di Napoli. Poi aveva scelto il suo “eterno amore”, la musica. Il percorso in America lo travolge. In realtà, avendo lavorato in Italia con il maestro Caruso, era riuscito a mettersi dei soldi da parte per affrontare le prime spese. Aveva capito che gli americani sono più aperti all’ambiente del jazz; in un certo senso tutto è più facile e tutto più difficile, dipende dai punti di vista, precisa. Nell’ ‘84 i mezzi di informazione non erano come ora, dunque ha dovuto faticare. Conosce la grande e bella artista, Kristine Massari, sua moglie, della quale se ne innamora e da lì, si rafforza come una roccia il suo percorso di Jazzista internazionale. Nascono seminari per il “Festival Jazz Club”, ma dopo la chiusura del locale “Jazz Club” comincia un periodo, che lui definisce difficoltoso per le enormi spese finanziarie. È stato tramite Kristine che ha conosciuto la giornalista italoamericana, Cav. Josephine Buscaglia Maietta, Presidente “Association Italian American Educators”, AIAE. Josephine è Producer ed Host, della trasmissione radiofonica “Sabato Italiano” a Radio Hofstra University di New York, premiata 5 volte Premio Marconi e 1 volta dall’UNESCO, Prima “Radio University in the world”. Ora è uno degli ospiti più ambìti del programma radiofonico.

Enrico si laurea alla “Manhattan School of Music” con un Master Degree. Ostenta di essere l’unico armonicista nella storia di Manhattan. È stato studente del grande Toots Thielmans ed ha suonato con i più grandi musicisti al mondo, Paquito D’Rivera, Claudio Roditi, Ted Curson, Eddy Gomez, Bill Art e per diversi anni al più importante Festival del mondo del jazz in Finlandia. Il suo pregio è stato quello di diventare “padrone assoluto” di uno strumento inventato da Vern Smith, contemporaneamente, chitarra e armonica cromatica. Fondato e diretto da lui, il “Jazz Club” del New Jersey è il primo in una lista tra i più prestigiosi al mondo. Il suo locale “Trumpets” jazz club è stato un momento di grande gloria, che non ha potuto, per i troppi impegni, continuare a tenere. Il suo obiettivo per il futuro è essere riconosciuto l’unico musicista a livello mondiale di armonica cromatica e insieme chitarrista classico, uno studio condotto a livello tecnico complicatissimo. A chi vuole tentare la strada della musica in America consiglia di non aver paura, di aver tanta grinta e di non mollare, di studiare per ottenere borse di studio e fare musica con eccellenza, per affermarsi nella carriera musicale anche all’estero. Siamo all’epilogo, quasi rammaricati di dover lasciare il nostro intervistato, che ci invita negli States a sentire la sua originale musica jazzista.

Agli italiani all’estero vuol dire di continuare a portare avanti il nome dell’Italia nell’arte, nella cultura, nella musica, nella tecnologia. Il maestro Enrico Granafei afferma con grinta: “Italiani nel mondo, andate avanti, senza fermarvi mai”.

Kettymillecro55@gmail.com

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